
Finita l’anteprima di Marianne alla 41esima edizione del Torino Film Festival, un signore si alza e con estrema sincerità ammette: “Negli anni settanta lo avrei apprezzato un film così, oggi però…”. Il signore, che a colpo d’occhio negli anni settanta sarà stato un giovane rivoluzionario sulla scia dei Cahiers du Cinéma, sapeva perfettamente cosa intendeva, e lo ha fatto capire altrettanto bene a chi aveva intorno – principalmente al suo amico seduto vicino, in verità all’intera sala.
L’esperimento di Michael Rozek, alla sua opera prima che non fa certo sperare ce ne siano altre simili in futuro, è una masturbazione recitativa e cinematografica da cui non escono bene né il regista e sceneggiatore né la sua attrice-diva, Isabelle Huppert.
Seduta per un’ora e mezza con un copione in mano davanti a una telecamera semi-mobile, l’attrice francese, che per l’occasione assume il nome di Marianne Lewandoski, sbrodola addosso a se stessa e agli spettatori un monologo infinito, per nulla ragionato, che vola sui massimi sistemi e non tocca con mano nessuna delle questioni che, teoricamente (ed è con la teoria che ammazza il film), vorrebbe trattare.
C’è la riflessione spasmodica e continua su cos’è l’arte, cos’è il cinema, cos’è la narrativa, cos’è l’immedesimazione. Cos’è il calarsi in un mondo finto, finzionale, funzionale ai racconti e alla fantasia, al cucire i personaggi direttamente sul corpo dei loro interpreti. E mentre ossessivamente Marianne continua a domandarlo – e a domandarselo -, dimostra di non essere niente, neanche per sbaglio, di ciò che sta teorizzando (e qui di nuovo la teoria che ammazza anche la voglia degli spettatori di stare seduti a guardare il film).
Marianne distrugge lo spettatore, non il tempo
Marianne è l’Addio al linguaggio di Jean-Luc Godard, ma Michael Rozek non è Jean-Luc Godard. E non lo è soltanto perché, come ci ricorda con saggezza il signore alla première di Torino, non siamo negli anni settanta. Marienne sono i rovelli di una protagonista che si fa megafono delle idee del suo autore.
Analisi effimere, intangibili, anche tautologiche da molti punti di vista. Che ripetono se stesse in maniera continua e che si ha l’impressione, devastante, che possano prolungarsi all’infinito.
Cos’è la narrativa? Cos’è il cinema? Cos’è il tempo? Con Marianne la narrativa è una barzelletta, non perché ne dà prova, né fa ridere in modo sornione, ma perché per saperla distruggere bisognerebbe averne prima consapevolezza. Il cinema è un banco di gioco a cui però, nessuno vuole partecipare. Il tempo sono le manette che tengono in ostaggio il pubblico, esausto dall’ennesimo autore che vuole insegnargli come rivoluzionare l’arte senza sapere come.
“Questo non è un sogno”, scrive il film a caratteri cubitali sul finale. Nessuno ne aveva dubbio. È evidente che il regista stesso avesse paura che lo spettatore, preso dai fumi del sonno durante la visione, rischiasse di rimanere ancorato a una dimensione onirica in cui spesso il cinema opera. Ma non è questo il caso. Non lo è affatto.
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